Tony Hawk: «La mia vita sullo skateboard (tra moda e cadute)»

Salti, giravolte e rotazioni. Tony Hawk è considerato all’unanimità uno dei più importanti skater di tutti i tempi. Di sicuro il più influente dato che, grazie alla fortunata serie di videogame, ha portato il suo sport nelle case di milioni di ragazzi. Un’icona, che travalica i confini sportivi, un po’ come Cristiano Ronaldo nel calcio: «Se sento la responsabilità di questo ruolo? No, sento solo la pressione di essere un modello per i miei figli», ci ha raccontato alle Bahamas, dove ha preso parte alla PokerStars Caribbean Adventure. «Sono appassionato di poker, ha alcuni elementi in comune con lo skate».

Tipo?
«Sono entrambe attività stimolanti, con una componente di rischio. E la soddisfazione è super: non importa quanto sei bravo in queste due discipline, potrai sempre migliorare le tue abilità».

Nella sua vita è andato spesso all-in?
«Sicuramente quando ho creato il tour Boom Boom Huckjam, una produzione da un milione di dollari con skate, moto da cross, bmx e musica nelle arene americane. Il successo era un’incognita, ma serviva qualcuno che firmasse l’assegno per costruire le rampe. E quel qualcuno ero io».

E un episodio in cui rimpiange di avere foldato?
«Mi pento di non aver investito in alcune start-up tecnologiche, come Uber e Twitter, quando mi si è presentata l’opportunità, dieci anni fa».

Di sicuro ha rischiato più sullo skate che ad un tavolo verde.
«Ricordo una situazione davvero pericolosa, a Los Angeles, quando ho saltato tra due edifici di dodici piani in uno show di MTV. Non c’era spazio per errori».

Ricorda anche un infortunio particolare che lo ha messo ko?
«Mi sono fratturato il bacino nel 2003, era difficile immaginare che sarei tornato su una tavola. Invece ci sono riuscito»

Lei è riuscito anche a influenzare la moda attraverso il suo sport: veda ad esempio il movimento hipster, che spesso si identifica con gli skate. Che ne pensa?
«Per la comunità degli skater questa non è altro che una conferma. Abbiamo sempre avuto uno stile ben preciso, particolare, progressista e fuori dagli schemi. È una contaminazione naturale, senza troppe acrobazie».

Tony, quelle, le fa solo sullo skate.

Sport estremi: i record di Valentina

Il suo primo record risale a tre anni fa: ha nuotato per 111 metri con la monopinna nel lago di Anterselva, in Alto Adige. L’impresa è della diciottenne croata Valentina Cafolla, che ha così stabilito il nuovo record mondiale di immersione in apnea sotto il ghiaccio. Il primato era detenuto dalla turca Shaika Ercumen con 110 metri.

Valentina aveva annunciato di voler ritoccare il suo primato del 2016. Nel 2017, sempre nella magica cornice del lago ghiacciato di Anterselva, a 1642 metri di altitudine, non ha tradito le aspettative nonostante una “falsa partenza” che ha fatto temere per la riuscita del record.

I preparativi erano iniziati l’8 marzo dello stesso anno, quando lo staff dell’Xtreme Blue Team Asd e dello Sport Diver avevano iniziato a praticare gli 8 fori necessari, negli oltre 50 centimetri di ghiaccio che ricoprono la superficie del lago. Forse a causa di un po’ di emozione, la diciannovenne croata, ha sbagliato ad impostare un ritmo eccessivamente veloce e si è ritrovata a dover rinunciare dopo aver percorso “soli” 75 metri.

Una simile defaillance avrebbe mentalmente provato chiunque ma la Cafolla ha dimostrato un grande autocontrollo riuscendo a riguadagnare il nastro di partenza, a raccogliere la giusta concentrazione e a ripartire, questa volta senza intoppi, verso il nuovo record mondiale CMAS di apnea lineare sotto il ghiaccio con la monopinna. Ci sono voluti 1 minuto e 29 secondi per percorrere i 125 metri del nuovo primato, ben 14 in più della sua stessa prestazione mondiale dello scorso anno, tra l’altro percorsi impiegando 20 secondi in meno. 89 lunghissimi secondi al termine dei quali è esplosa l’incontenibile gioia di tutti i presenti e, in particolare, di papà Roberto che l’ha seguita e allenata per 4 lunghi mesi prima di questo nuovo traguardo iridato. L’omologazione è stata certificata, dopo regolare controllo antidoping, dal giudice internazionale CMAS Neven Lukas.

4 giorni che cambiarono totalmente il motorsport

I giorni che vanno dal 30 aprile al 2 maggio per un appassionato di motorsport sono molto delicati ma allo stesso tempo importanti per celebrare e ricordare i loro eroi morti sui campi di gara e che portarono notevoli cambiamenti, soprattutto nella sicurezza delle auto e dei tracciati.

29° Tour de Corse – Rallye de France 1985

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Attilio Bettega (1953-1985)

Lo squadrone Lancia arrivava sull’isola di Napoleone con il morale a terra visti i pochi risultati ottenuti nelle prime quattro gare (6° Montecarlo, non presenti in Svezia, 2° Portogallo, ritirati in Kenya) e si vuole riscattare, ma sarà dura contrastare le piccole rivali Peugeot e Renault. La prima prova va alla Renault di Jean Ragnotti, la seconda ad Ari Vatanen su Peugeot 205, Ragnotti si riprende vincendo terza la prova. Prova da Zerubia a Santa Giulia, una prova molto lunga (30 Km) e impegnativa. Bettega prova il tutto per tutto, ma al km 5 della speciale, Attilio in una curva molto veloce, da percorrere in quarta piena per evitare una sconnessione, allarga la traiettoria di corda andando a urtare una pietra che lo fa uscire di strada. Purtroppo, l’impatto contro un grosso albero è devastante. L’urto è terribile, la Lancia 037, si spezza in due e il tettuccio si piega. Purtroppo, per Attilio non c’è nulla da fare, mentre fortunatamente Maurizio esce indenne. La prova successiva viene sospesa, ma non la gara che viene vinta da Jean Ragnotti.

30° Tour de Corse – Rallye de France 1986

Ben diverso l’umore come arriva il Martin racing al Tour ’86. Toivonen si trova molto bene con la delta s4 a trazione integrale portando già a casa una vittoria al prestigioso MonteCarlo.

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Henri Toivonen (1956 – 1986) e Sergio Cresto (1956 -1986)

La tragedia si è compiuta alle 14.58 di venerdì 2 maggio, è stato in una sinistra veloce in discesa che chiude in uscita, sette chilometri dopo la partenza della prova speciale numero 18, che la Delta S4 con la quale Henri Toivonen e Sergio Creste stavano conducendo il rally con 2’45” di vantaggio ha urtato con la parte posteriore il muretto all’esterno prima di rotolare qualche metro sotto strada e schiantarsi, semirovesciata, contro un albero.

Con almeno un serbatoio rotto e la pompa della benzina strappata l’incendio è stato immediato: un minuto dopo l’uscita, quando Bruno Saby è arrivato su quella sinistra la macchina era già immersa in un rogo totale; due minuti dopo, quando è arrivato Biasion, c’era già un fumo nero a coprire le fiamme che stavano consumando i miseri resti dei due rallisti.

Immaginare che neppure un immediato intervento dall’elicottero avrebbe potuto salvare la vita a Toivonen e Cresto serve a poco.

Impietriti dal dolore vedevano due colleghi, due amici, bruciare in mezzo ad un groviglio di tubi che le fiamme avevano spogliato di quella «plastica» che rende un Gruppo B delle ultime generazioni almeno esteriormente simile ad un’automobile.

14° Gran Premio di San Marino di Formula Uno 1994

Venerdì

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Rubens Barrichello (1970-)

La sequenza di gravi incidenti che segnò il weekend ebbe inizio già nelle prove libere del venerdì: durante la sessione la Jordan di Rubens Barrichello, a causa del cedimento della sospensione posteriore sinistra e della velocità troppo elevata, uscì di traiettoria alla Variante Bassa, passò di traverso sul cordolo esterno e decollò, superando le gomme di bordopista e impattando contro le reti di protezione. L’auto quindi rimbalzò all’indietro, si cappottò un paio di volte e infine si fermò ribaltata nella via di fuga. Le prove vennero subito interrotte onde consentire di prestare soccorso. Barrichello venne estratto. Pur non potendo prendere parte al resto dell’evento, già la mattina del sabato si ripresentò nel paddock.

Sabato

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Roland Ratzenberger (1960-1994)

Il secondo incidente avvenne durante le prove ufficiali di sabato 30 aprile: attorno alle ore 15:00 la Simtek del pilota austriaco Roland Ratzenberger era impegnata in un giro da qualifica (miglior giro), giunta all’uscita della curva Tamburello, la vettura numero 32 rupe l’ala anteriore e perse aderenza e la corsa finì contro il muro esterno della successiva curva, intitolata a Gilles Villeneuve. Nel fortissimo impatto la cella di sicurezza resse ma la decelerazione fu tale da far perdere immediatamente conoscenza al pilota, provocandogli una frattura della base cranica, a causa del grave trauma subito il pilota austriaco spirò sette minuti dopo l’arrivo al nosocomio.

Gara

Il terzo grave incidente del weekend si verificò già alla partenza della gara: allo scattare del semaforo verde la Benetton di Lehto, quinta in griglia, ebbe un problema tecnico e non si mosse. Le macchine che la seguivano scartarono bruscamente sui lati per evitarla: non poté fare altrettanto tranne Pedro Lamy, partito con la sua Lotus dalle retrovie, il quale non riuscì a evitare la macchina ferma. Entrambi i piloti non riportarono conseguenze (salvo alcuni indolenzimenti), ma i detriti persi dalle monoposto volarono in tutte le direzioni e si decise per una ripartenza.

La gara riprese con Senna al comanda e un giovane Schumacher al seguito, ma al settimo giro la vettura di Senna alla deriva nella via di fuga della curva Tamburello, pochi istanti dopo lo schianto col muretto alle ore 14:17, la Williams del brasiliano approcciò normalmente la curva del Tamburello ad una velocità di circa 310 km/h. In questo frangente il piantone dello sterzo (modificato frettolosamente dai meccanici su istruzioni dello stesso Senna prima della partenza della gara) cedette alle sollecitazioni e la vettura divenne ingovernabile.

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Ayrton Senna (1960-1994)

Nell’impatto una sospensione dell’auto si spezzò con ancora attaccata la gomma e colpì Senna alla testa, provocandogli un grave trauma cranico; inoltre il braccio scheggiato della sospensione penetrò nel casco attraverso la visiera, ferendo gravemente il pilota nel lobo frontale destro, poco sopra l’occhio, facendo morire a l’istante il grande pilota brasiliano.

La gara vide quindi la vittoria di Schumacher, davanti a Larini e Häkkinen. Saliti sul podio, i piloti, memori dei fatti dei giorni precedenti ed informati degli incidenti della gara, mantennero un atteggiamento composto, non festeggiarono la loro prestazione e non aprirono lo champagne.

https://sport.sky.it/formula1/2019/04/30/roland-ratzenberger-morte-anniversario.html

Sange Sherpa, storie ad alta quota

Mi sento davvero fortunato e riconoscente di poter condividere la mia esperienza con tutti voi.

La scalata sull’Everest

Sherpa racconta:

Dopo la spedizione del 2016 sull’Everest, ho iniziato un altro tentativo di scalata del monte Everest il 21 maggio 2017 con un mio cliente del Pakistan. Entrambi stavamo andando bene sulla via verso la cima. Quando abbiamo raggiunto il Balcony (8400 m, n.d.r.), abbiamo sostituito la nostra bombola di ossigeno ormai vuota con una nuova. Stava andando tutto bene. Eravamo vicino alla vetta del monte Everest, ho potuto vedere tutte le altre montagne più basse intorno. Ero tranquillo e a mio agio senza usare la bombola, a quel punto, quindi, ho pensato di tenerla come riserva di sicurezza per la discesa dalla cima. Improvvisamente il tempo ha iniziato a peggiorare e presto in modo grave. Purtroppo la mia maschera per  l’ossigeno e gli occhiali si sono completamente congelati. Il vento era tanto freddo e forte, sollevava tutta la nuova neve nell’aria così che riuscivo a malapena a vedere attraverso i miei occhiali. Ho capito che era più importante ritornare che insistere verso la cima dell’Everest perché ero consapevole del rischio che comportava. Allora, ho chiesto al mio cliente di tornare immediatamente per la nostra sicurezza, ma lui ha rifiutato la mia richiesta perché la vetta dell’Everest era molto vicina e ha detto di aver pagato un sacco di tasse per scalare l’Everest. Quindi, non voleva tornare indietro senza il successo della salita sull’Everest. Se volevo, potevo lasciarlo proseguire da solo per il tratto della via fino alla vetta e tornare  indietro da solo, ma non l’ho fatto. La sua vita era altrettanto importante per me, sono andato con lui in cima per guidarlo e supportarlo nonostante il maltempo e il fatto che entrambi avremmo potuto perdere la vita in un batter d’occhio. Potrete trovare centinaia di motivi per morire in montagna.

La ricompensa

Finalmente dopo un duro e lento cammino entrambi siamo stati sulla vetta del monte Everest. Era contemporaneamente una ricompensa e un rischio per noi. Eravamo molto felici. Ho scattato delle foto del mio cliente rapidamente, sperando di riuscire a farne una buona anche se mi sentivo stordito e non ero in grado di vedere bene. Siamo stati circa 5 minuti sulla vetta dell’Everest, iniziavo a sentirmi come un uomo ubriaco al punto da non stare in piedi, era troppo rischioso restare di più in cima e l’ossigeno nella bombola era poco così siamo scesi In fretta dopo aver sostituito la bombola al mio cliente. Il mio cliente camminava molto lentamente e io stavo scendendo bene senza usare ossigeno. È diventato buio e ci siamo dovuti fermare dopo una lunga discesa. Quando ho cercato il mio cliente lui stava riposando sulla cresta a pochi metri da me. L’ ho chiamato tanto ma non mi ha risposto. Ormai era privo di sensi e anch’io troppo debole per camminare e parlare. Ho inalato il mio ossigeno ed ero tanto stanco e incosciente che non mi sono accorto di stare addormentandomi. Per fortuna sono stato svegliato dal rumore degli altri scalatori, altrimenti loro pur passandomi vicino mi avrebbero creduto morto e lasciato lì. Quando ho aperto gli occhi, ero sdraiato e quasi incosciente. Intorno, c’era solo il bianco di riflessi di ghiaccio e neve. Gli occhi mi bruciavano proprio. C’ erano molti scalatori che andavano verso la cima. Mi sentivo molto affamato e assetato, la mia bottiglia d’acqua era congelata e per quanto ci provassi con tutte le mie forze, non riuscivo a spostare una mano e tutto il corpo, non c’era nessuna sensibilità in entrambe le mani. Presto ho capito che erano completamente congelate, ero talmente disperato e stanco che avrei potuto facilmente chiudere gli occhi e diventare una parte permanente della montagna. Sarebbe stato più una liberazione che una sofferenza. Stavo aspettando la morte mentre potevo sentire il mio corpo freddo come il ghiaccio, il respiro e il battito cardiaco erano molto lenti. Gli scalatori che andavano in vetta non si sono neanche avvicinati a me che sembravo un cadavere. Non ero in grado di muovermi e di parlare correttamente. A quel punto, avevo bisogno di aiuto. E io mi sono affidato a Dio. Mi sono arreso.” Ho continuato a pregare Dio e in quel momento ho assistito a un miracolo. Dio stesso è venuto ad aiutarmi nelle persone di amici di ‘Seven Summit Treks’. Per fortuna mi hanno riconosciuto, all’inizio pensavano che fossi morto. Mi hanno dato da mangiare un gustoso succo di cioccolato per placare la mia sete e dopo un po’ con l’aiuto dei miei amici, io e il mio cliente, entrambi siamo stati in grado di farlo per il resto della strada fino giù al campo 3 & 2 e poi Hanno portato via in elicottero all’ospedale a Kathmandu. La mia sincera richiesta a tutti gli stranieri che stanno salendo o stanno andando a scalare le montagne: “per favore ascolta e segui le istruzioni e le decisioni della guida sherpa durante la scalata”, non mettere te stesso e la tua guida nei guai prendendo decisioni tue nel corso di tali situazioni. Le guide sherpa hanno più familiarità con le montagne ed esperienza di situazioni in ambienti estremi. La tua vita e la tua famiglia sono più preziose e importanti della cima. Il monte Everest sarà sempre lì. Non si muoverà. Se non sei stato in grado di salirlo puoi provare la prossima volta, ma se perdi la vita una volta, non potrai provarci un’altra volta. La vita è troppo preziosa.

La gente si arrenda ma Dio non mi arrendo. Non importa cosa, Dio è sempre lì. Abbi sempre fiducia in te stesso e a Dio. Vi condurrà attraverso i momenti piu ‘ difficili e ti aiutano a sopravvivere l’impossibile.”Sono molto grato dal profondo del mio cuore a ‘Seven Summits Treks’ e agli amici che hanno salvato me e il mio cliente dalla zona della morte mettendo la propria vita a rischio. Anche se ho preso congelamenti alle mani, sono contento che io e il mio cliente abbiamo ricevuto una nuova vita e siamo tornati vivi dopo il successo della cima dell’Everest nonostante l’ambiente ostile grazie al grande sostegno dagli sherpa

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Parkour, adrenalina e successo

Il Parkour nasce in Francia grazie agli Yamakasi, ma è con il film di Luc Besson che il fenomeno diventa globale

La nascita

A sud di Parigi sono situate le periferiche e sonnolente città di Evry, Sarcelles e Lisses, luoghi non diversi dalle altre centinaia di realtà che orbitano intorno alla capitale francese, eccetto per un piccolo fatto: questi luoghi erano le città natali di un gruppo di nove giovani uomini ampiamente conosciuti per aver incorporato diverse influenze per creare qualcosa poi chiamato Art du Deplacement, all’incirca negli anni ’80. Al centro di questogruppo c’erano Yann Hnautra e David Belle, che guidarono molti dei primi allenamenti e da allora sono stati riconosciuticome i creatori dell’arte. Questi amici d’infanzia formarono il gruppo che loro stessi chiamarono “Yamakasi“, una parola Lingala che significa “Uomo forte, spirito forte”, e per oltre dieci anni hanno praticato la loro disciplina insieme e da soli, insultati dalle autorità francesi e visti come uomini selvaggi dalla gente del posto.

Una di quelle influenze che ispirarono gli Yamakasi ad esplorare l’ambiente urbano e rurale in modi completamente nuovi per tutta la loro infanzia fu il padre di David, Raymond Belle. Infatti, il termine più recente della disciplina “Parkour” è forse indirettamente attribuibile a Raymond Belle, il quale introdusse suo figlio ai metodi di allenamento militari di Georges Hebert, un uomo che ebbe una forte influenza sullo sviluppo dell’educazione fisica in Francia, particolarmente nei circuiti militari, creando le parcours du combattant, il percorso ad ostacoli. Da parcours, che significa “percorso”, deriva il nome alterato Parkour, e David ammette che fu il suo amico Hubert Kounde a coniarlo.

La méthode naturelle” di Georges Hébert

Georges Hébert, nato a Parigi il 27 aprile 1875, entrato a 18 anni nella Scuola Navale, è arrivato alla teorizzazione del metodo naturale dopo aver viaggiato in lungo e largo per tutto il mondo come ufficiale della marina francese. Molto dotato negli esercizi con il corpo è appassionato per tutto quanto riguarda l’allenamento fisico sotto tutte le sue forme, egli osserva, si documenta e prende nota. Ammira gli indigeni come nuotatori, tuffatori, corridori, portatori, lanciatori…, assiste a molti avvenimenti che hanno segnato il suo animo: come la rivoluzione in Colombia, in Venezuela, in Brasile in Uruguay, l’insurrezione cubana, la guerra ispano-americana la catastrofe della Martinique (1902). In questi paesi in guerra Hebért osserva ognisorta di combattenti e giudica le loro attitudini fisiche. Ha avuto occasione anche di osservare il comportamento delle persone nei momenti di pericolo, specialmente quando si tratta di salvare altre vite. Nell’ambito femminile osserva, con stupore, le solide indigene “portatrici sulla testa”. Al suo ritorno in Francia è più che convinto delle sue opinioni: solo i forti fisicamente rendono un vero servizio nelle circostanze difficili. Da qui parte il suo impegno di “creare degli uomini”, come egli stesso riferisce. Dal 1903 al 1913 poco a poco mette in pratica le sue idee. Superando ogni sorta di diffoltà, sperimenta e collauda progressivamente il suo metodo, finchè nel marzo 1913 il Congresso Internazionale dell’Educazione Fisica di Parigi aumenta la sua estensione ed applicazione dappertutto, specialmente nelle scuole e nelle attività sportive, oltre che nell’addestramento militare. Hébert durante i suoi viaggi per conto della Marina Militare francese, osservando gli indigeni e confrontandoli con la popolazione dei paesi civili ha notato che:”Le abitudini e gli obblighi sociali, le convenzioni e i pregiudizi allontanano l’uomo dalla vita naturale all’aperto e impediscono, anche dall’infanzia, di esercitare la sua attività in un senso conveniente ad uno sviluppo fisico completo” Per questo egli ha formulato una lista di dieci famiglie di movimento, che andrebbero sollecitate ogni giorno dall’infanzia fino all’età adulta. Queste dieci famiglie sono:

  1. Camminata/Marcia
  2. Corsa
  3. Equilibrio
  4. Quadrupedia
  5. Arrampicata
  6. Salto
  7. Sollevamento e trasporto
  8. Lancio
  9. Lotta
  10. Nuoto

Non a caso, il motto dell’Hébertismo è:

“Essere forti per essere utili”


La connessione tra Metodo Naturale e il Parkour

In ogni modo l’influenza del padre di David è stata più di una semplice introduzione all’Hebertismo; egli instillò in suo figlio anche le radici di ciò che sarebbe diventata la filosofia del Parkour. Sébastien Foucan – che si allenò con David Belle durante il critico periodo della nascita del Parkour – parla di come Raymond Belle incoraggiò entrambi a migliorare loro stessi, affermando che con la dedizione avrebbero potuto realizzare i loro sogni.
È importante riconoscere che Belle, sebbene abbia un ruolo centrale nello sviluppo, fu solo uno tra un largo gruppo di individui che nutrì l’arte del movimento nella sua essenza, inclusi Sébastien Foucan, Stephane Vigroux, Yahn Hnautra, David Malgogne, Chau Belle-Dinh e Frederic Hnautra tra gli altri, tutti loro contribuirono all’arte nella sua fase embrionale.
Stephane Vigroux, per esempio, ebbe un ruolo importante nella creazione e nello sviluppo del movimento Saut de Chat (ora conosciuto in inglese come il King Kong Vault). E Yann Hnautra fu il maggior responsabile dell’introduzione della disciplina rigorosa e della metodologia di allenamento all’interno del gruppo. Fu quando impararono a prendere i loro giochi d’infanzia seriamente e a sviluppare le loro abilità che gli Yamakasi cominciarono a delineare ciò che sarebbe diventato, in vent’anni, un movimento globale. Da bambini giocavano per alleviare la loro noia, diventarono adolescenti con un obiettivo in testa, presero la risolutezza e l’ispirazione da molte fonti, inclusa la filosofia del Taoismo attraverso i lavori di Bruce Lee, le buffe acrobaziedei film di Jackie Chan, e forse persino lo sciamanesimo urbano dell’uomo selvaggio di Parigi, Don Jean Haberey.Ma in sostanza, il Parkour era già molto lontano dal semplice gioco d’infanzia che raggiunse semplicemente la maturità con i suoi creatori. Ha attinto allo spirito della fisicità e della funzionalità prevalenti in molte culture e discipline antiche. Secondo un membro del gruppo, l’inizio dei “grandi salti” avvenne all’incirca all’età di quindici anni. Loro cominciarono a sviluppare e perfezionare un insieme di movimenti fondamentali: volteggi, salti, arrampicate e rotolamenti. Insegnarono a loro stessi ad essere atleti, a muoversi nel loro ambiente in un modo mai visto prima in un contesto urbano. Ovviamente fu per questi “grandi salti” che avevano catturato l’attenzione dei media del mondo e l’immaginario collettivo, sebbene tutti i praticanti con esperienza siano pronti a minimizzare il significato degli aspetti più spettacolari del Parkour.
Tuttavia, il Parkour è per natura un’attività sbalorditiva a vedersi, specialmente quando mostrata da quelli con il talento e la potenza di Belle, Vigroux e Hnautra. L’interesse dall’esterno fu inevitabile. Come la reputazione dei praticanti originari si diffuse, molte persone si unirono a loro per imparare, e oltre a questi – anche in modo prevedibile – arrivarono quelli che videro il potenziale che il Parkour possedeva come macchina per fare soldi. In definitiva, fu questo momento di interesse a causare le prime spaccature nel Parkour: tra quelli che abbracciavano l’opportunità insieme – il film di Besson del 2001 Yamakasi: Les samouraïs des temps modernes, per esempio, che ha come protagonista il gruppo omonimo, è un punto di riferimento famoso nella spaccatura – e quelli che scelsero di andare per la loro strada come David Belle.
L’interesse dopo il film di Luc Besson non fu proprio ideale: due morti furono attribuite al comportamento di emulazione, e molto dell’interesse maturato fu tutt’altro che coerente alla vera arte.
Sébastien Foucan descrive l’atteggiamento del tanto interesse dopo il film:”Oltre agli Yamakasi c’è un altro tipo di gente, è solo ‘io salto io salto io salto, proprio come il film, io sono sul tetto, proprio come il film’.”In seguito alla spaccatura, un gruppo di giovani praticanti (inclusi David Belle, Stephane Vigroux, Kazuma e Johann Vigroux) coniarono il termine traceur per riferirsi a loro stessi: traceur è inteso come “proiettile” e fu scelto per enfatizzare la conquista di un movimento preciso, efficiente e veloce su qualsiasi terreno da parte di Belle e dei suoi compagni.

Jump London

Fino al 2003 non ci fu un’accurata percezione delle profondità dell’arte, la quale fu divulgata al pubblico quando Channel 4 del Regno Unito produsse un documentario innovativo e premiato intitolato Jump London, che ha come protagonista Foucan e i fratelli Vigroux che scatenano le loroabilità in un insospettabile panorama della città di Londra. Questo fu il punto di svolta, con cui Johann Vigroux, Jerome Ben-Aoues, Stephane Vigroux e Séb Foucan comunicarono gli aspetti filosofici del Parkour fianco a fianco con la prestanza fisica, fornendo finalmente al vasto pubblico un appiglio su una disciplina in rapida espansione.JUMP LONDON

Cos’è il Mal d’Africa?

Quando qualcuno rientra da un viaggio o una gara in Africa, il mondo gli associa generalmente una strana malattia, che non è la malaria, non si cura con le medicine o negli ospedali, e non appare nelle analisi del sangue: il mal d’Africa.

C’è chi ha mal di pancia, mal di denti, mal di schiena e i sintomi sono di solito sempre gli stessi e sono descrivibili a qualsiasi medico specialista. Ma avete mai avuto o vi siete mai chiesti cosa sente chi ha il mal d’Africa? Eppure non ho usato né vaccini né altri antidoti magici. Non credo sia fortuna, la mia. Credo si tratti piuttosto di un punto di vista diverso di vivere un luogo, di ascoltare le persone che ci vivono, di ricordare i visi che si incontrano, di vedere i colori che lo riempiono, di sentire gli odori che lo caratterizzano, e di racchiudere tutto questo in un posto prezioso della propria memoria, che non fa male.

Non si tratta di parlare della povertà e della miseria che impregnano la vita della maggior parte degli africani e dei senegalesi, di quello ne parlano tutti. Parlo della contraddizione che si prova camminando per strada. Il primo giorno provi rabbia verso il mondo nel vedere certe cose, dopo due giorni la rabbia è verso te stesso, perché hai la sensazione di abituarti all’idea che le cose stiano così. Questa è una grandissima discordanza se ci pensate bene, ed è faticoso sentirsela addosso. Parlo anche e soprattutto di fermi immagine, di  fotografie. Dakar è una giungla dove regna l’anarchia e la confusione: persone, cibi, macchine, strade, negozi, voci, note, rumori, sapori, sensazioni si mescolano senza alcun senso né ordine. Ti sembra di guardare e provare qualcosa, ma poi ti rendi conto che in realtà stai guardando e sentendo qualcos’altro. Poi fai 300 km e i confini tra le cose cominciano ad essere più definiti e ti senti più tranquilla.

Una bambina di 5 anni si sveglia prima di tutti in famiglia e mette sul fuoco il caffè in modo che la nonna possa berlo caldo  non appena si alza. Il giorno dopo ti prende per mano e ti accompagna a comprare un po’ di frutta nel piccolo supermercato del paese, indicando con precisione al negoziante di volere quella mela e non quell’altra,  “è più buona” mi dice, “fidati di me”. Mi fido. Una delle mele più squisite che io abbia mai mangiato.

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Il giorno prima di partire, un ragazzo della classe dove la mattina insegnavo a scrivere mi ha promesso in Wolof (la lingua locale, a dir poco incomprensibile) che si sarebbe fatto piccolo piccolo per entrare nella mia valigia e venire con me, lo ammetto un po’, lo ha mimato ma non ho avuto bisogno di alcuna traduzione. La mia risposta? Un sorriso di quelli “universalmente riconosciuti”, dall’Africa all’Italia passando per Messico, Australia, Alaska, New York, Tokyo e chi più ne ha più ne metta.

Se ripenso a tutte queste immagini  e ricordo le sensazioni che ho provato non provo alcun male, non sono affetta dal mal d’Africa! Non è un viaggio né un posto come tutti gli altri, trasformare e proiettare queste immagini e ricordi sulla propria pelle e sulla propria vita di tutti i giorni ha una difficoltà infinita.

padre Arturo Buresti, amico e padre spirituale del grande motociclista Fabrizio Meoni parlava sempre di un debito di Fabrizio in conflonto del Africa diceva:”L’Africa mi ha dato tanto e io devo restituire qualcosa. Quando ho vinto la prima Dakar (nel 2001) ho pianto, ma non di gioia, perchè ho visto intorno al palco d’arrivo tanti bambini sporchi, strappati, allora ho pensato “io sono fortunato”; allora Meoni fondò una fondazione dove aiuta, ancora adesso dopo la sua morte, i bambini di Dakar e del Segenal.

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Padre Arturo Buresti e Fabrizio Meoni

Daniele Nardi, in vetta al mondo

Daniele Nardi è stato un alpinista italiano, deceduto il 25 Febbraio 2019 mentre tentava di scalare il Nanga Parbat assieme al suo collega inglese Tom Ballard

I primi successi

Nardi sin da piccolo vive a contatto con le montagne, nel 1995 affronta il suo primo 4000 in solitaria scalando le Grandes Jorasses Nel 2001 parte per il suo primo ottomila partecipando a una spedizione sul Gasherbrum II e, l’anno successivo, tenta la vetta del Cho Ovu, alla quale rinuncia vicino alla sommità per un principio di congelamento. Nel 2004 scala l’ Everest. Nel 2005 raggiunge la cima middle dello Shisha Pangma (8.027 metri). Nel 2006 scala l’ Aconcagua con un gruppo di alpinisti del Lazio, nell’ambito della spedizione “Missione città di Latina”. Nello stesso anno tenta la vetta del Makalu e il Nanga Parbat (8.125 metri), passando dal versante Diamir, e il Broad Peak (8.045 metri).

Consacrazione

Alpinista anarchico, romantico, non allineato. Sono tutte definizioni che
Potremmo riassumerle in una parola sola: un outsider. Però non un alpinista d’altri tempi: al contrario. Addirittura personaggio “social” e poi ancora (carica alla quale teneva moltissimo) Ambasciatore per i Diritti Umani nel mondo. Numerose le scalate di successo , nel 2007 scala il K2, l’ Himalaya, Everest, Monte Rosa, Jägerhorn, Ama Dablam fino alla vetta più ambita che si rivelerà fatale, quella sul Nanga Parbat.

Su, fino all’ultimo respiro

Il 18 dicembre 2018 Daniele Nardi parte dall’ aeroporto di Fiumicino, giungendo a Islamabad, dove incontra gli studenti dell’università e l’ambasciatore italiano. Con un volo interno, raggiunge Chilas unitamente a Tom Ballard. Nel giorno di Natale la spedizione giunge al villaggio di Ser, dove donano ai bambini materiale didattico portato dall’Italia. Il 29 dicembre i due giungono finalmente al campo base, ai piedi del Nanga Parbat, mentre il 31 si conclude l’allestimento del campo 1 a quota 4.700 m s.l.m. Il 5 gennaio il gruppo raggiunge il campo 2 a 5.100 m
s.l.m nonostante una temperatura di -25 °C, mentre il 9 gennaio viene raggiunto il campo 3 a 5.725 m. s.l.m  sotto lo sperone Mummery. Dopo cinque giorni trascorsi per l’acclimatamento e trasporto del materiale in quota, il 16 gennaio Daniele e Tom arrivano a quota 6.200 m s.l.m laddove Nardi aveva tentato l’ascesa nel 2013 con Elisabeth Revol. Una perturbazione interrompe l’ascesa per diverse settimane, dato anche l’alto rischio di valanghe, a cui si aggiunge anche una scossa di terremoto. Il 22 febbraio arriva una schiarita: Daniele e Tom partono dal campo base, arrivando fino al campo 2. Il giorno successivo raggiungono direttamente il campo 4, proseguendo poi fino a quota 6.300 m. s.l.m , per poi ridiscendere al C4 a causa della nebbia, nevischio e raffiche di vento. Il 25 febbraio si perdono definitivamente i contatti radio con i due alpinisti, mentre il 26 viene attivato il sistema di soccorso pakistano, che però viene rallentato dall’improvviso scoppio di un conflitto militare ai confini con l’India, che determina la chiusura dello spazio aereo pakistano. Dopo un primo sorvolo avvenuto il 28 febbraio con esito negativo, viene deciso di prelevare quattro alpinisti esperti che si trovavano sul K2, tra cui il basco Alex Txicon, e di aviotrasportarli sul Nanga Parbat, ma a causa del maltempo riescono ad arrivare al campo base solo il 4 marzo. Il 6 marzo vengono avvistati con un teleobiettivo i corpi senza vita di Daniele e Tom legati a delle corde fisse, ma la notizia viene confermata solo il 9 marzo. A causa dell’impossibilità e pericolosità del luogo, non è al momento possibile procedere al recupero delle salme dei due alpinisti. Nardi rilasciò la sua ultima intervista alle Iene poco prima di intraprendere il suo ultimo, incredibile viaggio.

Ecco l’ultima intervista di Daniele


“Mi piacerebbe essere ricordato come colui che ha provato a fare una cosa incredibile…Se non dovessi tornare il messaggio a mio figlio è il seguente: non arrenderti e datti da fare

Lo skateboard come stile di vita

Lo Skateboarding va oltre il semplice spostarsi a bordo di uno skateboard. Questo è infatti uno stile di vita per tantissime persone. La storia dello skateboard affonda le sue radici negli anni ’50, quando i surfisti ebbero l’idea di trasferire su strada la splendida sensazione che le onde del mare sono in grado di regalare. Per questo motivo, i primi skaters vennero chiamati i “surfisti dell’asfalto”. Lo skateboarding americano si sviluppò in due luoghi emblematici: la California e le Hawaii. In origine venivano impiegate piccole tavole da surf alle quali venivano applicate delle ruote in metallo.

Nel 1959, Roller Derby propose il primo skateboard con importanti innovazioni tecniche, tanto che tra il 1959 e il 1965, lo skateboard divenne sempre più popolare negli Stati Uniti,soprattutto negli stati dell’Est e della costa Occidentale. Un altro momento clou è del 1963, con il primo concorso di skate a Hermosa Beach, in California. Qui gli skaters mostrarono  tutto il loro talento su diverse discipline come lo slalom, lo skate acrobatico o il freestyle, contribuendo ad aumentarne la popolarità.

A metà degli anni ’70, lo skateboarding arrivò in Germania e a Monaco di Baviera venne costruito il primo skatepark, e sempre qui nel 1978 ebbero luogo i primi campionati di skate tedeschi. Alla fine degli anni ’80 lo skateboarding è definitivamente esploso negli Stati Uniti, e aziende come Powell Peralta , Santa Cruz e Vision conquistarono il mercato internazionale. Il numero di skaters professionisti aumentò in maniera significativa ed i professionisti diventarono sempre più famosi, proprio come le stelle del baseball o del calcio.

Nei primi anni ’90, lo skateboarding andò incontro ad una fase di declino dovuta all’arrivo di altri sport più di moda, e decise per questo di tornare alle sue radici. Con l’avvento di internet, lo skateboard mantiene comunque un certo livello di visibilità, e a partire dalla metà degli anni ’90, i moderni skates riscontrano una nuova fase di crescita, che continua ancora oggi. Altri indicatori di popolarità sono i grandi eventi mondiali come la “Street League”, una serie di concorsi per skaters professionisti provenienti da tutto il mondo.

Tipi di skateboard

A prima vista, gli skateboard sembrano avere tutti la stessa forma, ma in realtà sono diversi sotto determinati aspetti. La differenza risiede principalmente nella lunghezza e nella larghezza della tavola. Ci sono dunque due tipi di skateboard: quelli tradizionali ed i longboard. Gli skateboard tradizionali hanno una lunghezza di circa 84 cm e sono bassi, mentre i longboard misurano circa 89 cm e sono più alti. Ci sono quelli pensati appositamente per i principianti e quelli per chi è in grado di compiere manovre più complesse. Un’altra differenza sostanziale tra gli skateboard risiede nei materiali di produzione: alcuni sono realizzati in legno, altri in plastica, alluminio o fibra di vetro. Il materiale è ovviamente in grado di influire sulle prestazioni e sulla capacità dello skate di essere manovrato.

Dove fare skateboard

Per muovere i primi passi a bordo di uno skate, è bene scegliere luoghi nei quali si ha la certezza di non incontrare pedoni e ostacoli di alcun tipo. Vanno benissimo i vialetti di casa o stradine chiuse al traffico. Quando si sarà acquisita l’esperienza necessaria per gestire correttamente lo skate, sarà possibile utilizzarlo sul marciapiedi o all’interno di piazze e altri luoghi all’aperto, avendo sempre cura di evitare ogni pericolo potenziale dato dalla eccessiva vicinanza con persone o veicoli. Nelle città sono sempre più presenti apposite piste pensaste appositamente per consentire agli appassionati di effettuare salti ed acrobazie in tutta sicurezza.

Piste da skate consigliate

Esistono diverse piste in Italia, pensate appositamente per gli amanti dello skate. Tra le più famose vi è sicuramente “The Spot Skatepark”, una pista skateboarding che si trova ad Ostia e che vanta una bowl in legno. A Milano è invece assolutamente raccomandato il Lambro Skate Park, un luogo imperdibile per gli amanti dello skate che è dedicato anche agli appassionati della BMX.

Sono passati già due anni…

La mia prima Esperienza da navigatore in un rally

Da quella gara sono nate o rinforzate amicizie che ancora durano, e che spero dureranno per sempre.

Chi pensava che potessi fare un rally a 22 anni senza un soldo? Sì lo so, era una semplice parata, ma pur sempre all’interno di un rally.

L’ansia di sbagliare era tanta, anche perché non avevamo la tabella di marcia o il cronometro a portata di mano, ma con me avevo la voglia di far bene, la mia passione, l’essere il navigatore.

Ero il ragazzo più felice del mondo, perché stavo salendo su una macchina che aveva fatto la storia del rally, sul fondo che mi piace di più (la terra), in un paese che adoro.

La mie preparazione non era delle migliori, ma volevo fare bene.

Foto Depalmas

Il giorno della gara è arrivato: partenza da Nuoro alle 5 del mattino con i verificatori sportivi (il pilota aveva avuto un contrattempo), l’attesa snervante che arrivasse la macchina in tempo; nel mentre facevo le verifiche e “l’ansietta” cominciava a salire.

Per passare il tempo mi concentravo sulle verifiche sportive in quella piazza e sui molti piloti e navigatori che mi davano preziosi consigli per un neofita.

Sfilano per prime macchine da gara, alla fine partiamo anche noi (in un piazzale vuoto, perché tutti ci aspettavano in prova speciale).

Un sogno che finalmente che si realizzava, due giorni che non dimenticherò mai sia per le emozioni belle che per le brutte (poche) che ho provato.

Ringrazio Giampaolo Paddeu, il pilota, per l’immenso regalo che mi ha fatto e per essersi fidato ciecamente di me.

Un ringraziamento speciale anche ad Andrea Gallu, Giovanni Figoni, Massimiliano Frau, Giacomo Stacconeddu, Luciano Mesina e tanti altri che mi hanno una mano durante la gara.

Grazie anche a tutte le persone che dopo questa gara mi danno dato una mano.

Quel maledetto 184 chilometro

Fabrizio Meoni e il suo amore per l’Africa

Mauritania, 11° prova della Dakar 2005 (5° nello stato africano), che parte da Atar e arriva a Kiffa, 695 Km totali. Ultimo giorno in Mauritania, dune su sabbia molto soffice, piste nel massiccio del Tagant e nel tratto roccioso del Nega, e via per altri 150Km veloci finali.

La prova di oggi parte già accorciata a 400Km a causa di una tempesta di sabbia (che condiziona tutta la 27° edizione della gara) e marchiata anche dalla comunicazione della morte in ospedale del motociclista spagnolo Jose-Manuel Perez dopo essersi schiantato durante la 7ª tappa. La situazione prima della prova vede Meoni a meno nove secondi dal suo compagno di squadra KTM e allievo Cyril Despres, quindi oggi e una prova dura sia per il meteo che per il duello in casa KTM.

Punto dove Meoni è morto

Al CP1 (Check Point) tutti i big delle moto arrivano appaiati (Despres, Meoni, Esteve, Coma e Frétigné) e Coma va il miglior tempo provvisorio. Subito dopo il rifornimento Meoni e David Frétigné si perdono in mezzo alle dune quando: “Cyril (Despres) -afferma Frétigne- era sulla buona strada ed è scomparso dietro una duna, Fabrizio ha seguito la sua polvere e 300 metri dopo ho visto (Marc) Coma aggitando le mani in aria, ho capito subito che era serio. Ho aspettato, penso che dovremmo andare avanti per lui e per Richard (Sainct) lui ci avrebbe voluto, era la sua passione.”

L’elicottero medico inviato sul posto è arrivato sulla scena dell’incidente alle 10h36, trovando Meoni in una situazione di insufficienza cardiaca. Dopo 45 minuti di trattamento, gli sforzi sembravano essere vani. L’ora della morte è stata pronunciata alle 11h11.

Gli altri piloti, non consapevoli delle condizioni di Meoni, hanno portato lo speciale con Marc Coma a segnare il miglior tempo della giornata. I principali biker sono stati poi informati, al traguardo, della triste notizia del direttore di gara Patrick Zaniroli. Scioccati dalla terribile notizia, si sono diretti al bivacco a Kiffa. L’organizzazione decise di non informare gli altri concorrenti per non disturbarli psicologicamente sulla lunga strada verso la Kiffa.

Marc Coma. “Era unico, la sua età, la sua navigazione, per me è stato un punto di riferimento e lo sarà sempre, sono giovane in questa gara, sono qui da soli tre anni, è stato un esempio per noi.”

Fabrizio e Gioele Meoni

Fabrizio Meoni aveva festeggiamo, come sempre, il suo 47° compleanno durante la Dakar (31 dicembre), lasciando nella sua amata Castiglion Fiorentino la moglie Elena, suo figlio Gioele e la figlia Chiara.

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